

Ground Zero, foto di Renzo Cresti
Dall'egoismo alla solidarietà
Perché l'arte in tempo di guerra?
Perché l'arte può rappresentare un emblema di libertà e può prefigurare la riconciliazione.
Proprio perché siamo in guerra l'arte ci è, ancor più, indispensabile. Diceva Shelley ch'è proprio nel momento in cui l'egoismo e il calcolo superano la vita interiore che la presenza dell'arte si fa decisiva per ridare equilibrio all'uomo. L'arte è inoltre un sismografo sensibilissimo che coglie le tensioni dell'epoca. Il rapporto arte e società non si configura, come negli anni Sessanta/Settanta, con il concetto di art engagé, troppo inchiodato all'evidenza e all'immediato, appiattito sulla concretezza del visibile, oggi l'arte, come l'uomo, reclama uno spazio aperto dove dialogare liberamente, senza ideologie, proclami e bandiere, uno spazio-tempo dei possibili, della testimonianza e dell'innocenza, contraendo l'e(ste)tica in etica. Ma quanti artisti sono disponibili a far intraprendere alla propria arte il viaggio verso l'essenza delle cose, verso la conoscenza e verso il viso dell'altro?

Musica da arredo metropolitano: l'incultura del cosidetto evento
In musica il post-Moderno ha prodotto oggetti carini e leggeri, è una musica inautentica, da arredo metropolitano, che si sintonizza sull'immaginario di una piccola borghesia senza ideali, senza valori, senza qualità, attratta solo dai soldi e dall'apparire, che chiede all'arte di abbellire la propria casa e alla musica di riempire il tempo vuoto. L'incultura dell'"evento" non è che la controprova di come la musica venga fruita solo come spettacolo. La musica invece, come l'arte tutta, ancor più in tempi tristi, deve assumersi la responsabilità del proprio messaggio, così come l'intellettuale e l'operatore culturale devono assumersi l'impegno di un progetto che vada al fondo delle cose.

Che tristezza la retorica di questi mesi, la protervia dei proclami sulla superiorità della nostra civiltà, il mostrare i muscoli, i fanatismi religiosi, il cinismo di chi è chiamato a fare cultura e invece fa solo il proprio interesse. Che squallore gli uffici degli assessorati alla cultura, regno dei faccendieri, e che rabbia vedere i Teatri e le Istituzioni musicali (tutte gestite come botteghe) programmare la solita musica, come se nulla fosse accaduto, senza che nessuno pensi a dare una sterzata che prenda di petto i temi del mondo in guerra: nessuna progettualità, nessuna idea che ponga le programmazioni musicali in sintonia con le problematiche dell'uomo di oggi, non ci si interroga, anzi si crea un mondo a parte, fatto apposta per i borghesi soddisfatti che, dopo aver visto morire il mondo sotto le bombe, si rincantucciano nella rassicurante poltroncina di platea, cullandosi sulle note della buona musica. Mai come oggi, l'arte intesa come decoro formale, è un'offesa all'umanità.

L'io plurale
Pur dando per scontato i condizionamenti, ci sono molte opzioni che l'artista, come del resto l'uomo, può compiere, se riesce a mantenere la sua indipendenza dal mercato e dall'omologazione del pensiero: esistono piccoli spazi e tempi stretti entro i quali è possibile agire, prima che il sistema (politico, sociale, culturale) reagisca, si tratta di un tempo/spazio ecologico che permette di dare una risposta alla globalizzazione e alla ratio della guerra. L'artista deve trovare una salutare distanza, utile a non farsi imbrigliare, a non farsi ridurre in schiavitù dai potenti del mondo. Nel particolare spazio/tempo dell'arte si attiva l'innocenza, che non è né soliloquio né nichilismo, ma complementarietà al mondo, in questo rapporto l'artista avrà agio di esprimere il suo io plurale.
Al musicista, come all'uomo comune, è stata tolta l'intimità con le cose, volgarizzando tutto a merce, la spiritualità stessa è stata mercificata, venduta nei corsi new age, nei siti internet, trucidata dalle guerre di religione e dall'odio fra civiltà. Occorre un'arte laica e indipendente che si mantenga lontana dalle forme di automatizzazione sottile prodotte dall'information technology e dall'immaterial capital; l'arte, per mantenere la sua autosufficienza non può che decentrarsi dalle logiche della pianificazione, compiendo un gesto eccentrico, che eccede, supera o neutralizza, i pericoli di questa terza fase del capitalismo, un gesto a latere dei condizionamenti. Qualche nome di chi ha già iniziato l'esodo, in attesa dell'avvento di un nuovo umanesimo: Giorgio Gaslini, che con la sua musica totale lanciò, già anni addietro, un messaggio d'incontro; Mario Cesa, che sa legare la musica a quella della sua terra, realizzando una sorta di antropologia sonora; Nicola Cisternino, che va al cuore del suono, scrostandolo dalle innumerevoli incrostazioni culturali.
Oggi, più di ieri, l'artista dev'essere mobilitato, non in apparati o partiti, ma verso la solidarietà, assumendo un profondo senso civile del proprio pensare e agire; è un libero pensatore, assolutamente irregolare rispetto all'intellettuale organico, quest'artista può ancora creare un'arte per l'uomo.

Siamo tutti extra-comunitari
Il villaggio globale sarà felice se ogni cultura sarà la nostra, siamo tutti extra-comunitari: all'arte l'alto compito di offrirci un contributo alla realizzazione di una società mondiale rappacificata.
Da Renzo Cresti, nella Rivista "Il Grandevetro" (2001)
A Stefano Allegrini
e a Federico Azzarri