
Amarcord

Renzo Cresti (il secondo da sinistra) nelle sue esperienze musicali giovanili, qui in una foto col Complesso de "I Sogni", fine anni Settanta, sotto in una performance inizio anni Novanta
Claudio Baldi (chitarra e voce), Stefano Garzonio (sax), Renzo (basso)
Il Sindaco Veltroni ha voluto organizzare a Roma, nell'autuno del 2002, una performance, con mostre, incontri e concerti, che ricordasse ch’è dall’Ottobre del 1962, quando uscì il 45 giri Love me do, che i “Beatles” hanno invaso il mondo, allargandone i confini (il primo singolo dei “Rolling Stones”, Come on, uscì sei mesi dopo). Nel 2001 è uscito il Cd postumo di George Harrison, Brainwashed, e il doppio live di Paul McCartney, registrato durante la tournée americana della scorsa stagione. Sono inoltre uscite le antologie di Elvis Presley, che iniziò a cantare 10 anni prima dei “Beatles”; le tre grandi raccolte, quella con i successi di David Bowie, Best of Bowie, quella con il meglio degli “U2”, degli anni 1990-2000, e le “40 leccate”, Forty Licks, dei “Rolling Stones”, che ora sono in tour per gli Stati Uniti (sono attesi in Europa per la Primavera-Estate 2006). Inoltre sono usciti i cd di Bruce Springteen, dell’ex “Genesis” Peter Gabriel e del “chicano” (emigrante messicano) Santana. Senza contare che Bob Dylan è oramai in tour perenne (a un ritmo di 150 concerti all’anno) e che perfino gli “Who”, il gruppo rock londinese formatosi nel 1964, sono tornati sulle scene. “Everything went young in 64!” dichiarò Andy Warhol. Feticci o geni?

La storia dei “Beatles” e dei “Rolling Stones” è famosissima, non c’è bisogno di ripercorrerla qui. Sono 40 anni che si ascolta e si parla di loro, evidentemente hanno centrato il modo di prensentarsi, di cambiare i costumi e di sintonizzarsi sull’immaginario collettivo, hanno toccato tematiche culturali in maniera talmente efficace da fare di loro due punti di riferimento imprescindibili per la cultura (musicale) del secondo Novecento. L’adeguatezza delle loro proposte ai tempi è fuori discussione, così come l’intelligenza e l’abilità nel come presentarle. Sono lavori ancora validi, culturalmente e per la musica in generale, non solo per quella che si definisce “rock” o “leggera”, ma anche per quella “dotta”, infatti importanti compositori (Berio su tutti), come del resto molti intellettuali, si sono interessati a loro. Hanno creato due diversi stili che sono rimasti come categorie e(ste)tiche.
Keith Richard
Esiste una macabra hit-parade, ch’è quella formulata dalla rivista statunitense “Forbes”, la quale prende in considerazione gli introiti degli artisti defunti: al primo posto c’è Elvis Presley (con 37 milioni di dollari per il biennio 2001-2002), seguito dal vignettista Charles Schutz, dagli ex “Beatles” John Lennon e George Harrison, quindi da Bob Marley, Jimi Hendrix ecc. (per curiosità, solo undicesima è Marylin Monroe). Anche questo vuol dire qualcosa, comunque: che questi personaggi continuano a creare senso.
La musica dei “Beatles” è suddivisa, grosso modo, in due periodi, il primo beat legato alla ripresa, filtraggio e riproposta degli stilemi del rock’n’roll, il secondo, più colto, incentrato sulla ricerca di sonorità nuove, costruite nel montaggio in studio (questa è la ragione che impedì loro di tenere concerti nell’ultima fase). Il primo periodo riguarda più il costume (vi ricordate gli stivaletti, i capelli a caschetto e il modo nuovo di affrontare la vita?) e lo svecchiamento della musica di allora, mentre il secondo ha un valore artistico indiscutibile, raggiunto ancora ma ahimé per poco, da Lennon (mentre McCarthey, l’altro firmatario delle composizioni beatlessiane, senza il rigore tagliente di Lennon, ha continuato e continua a fare buoni prodotti, ma senza raggiungere i livelli della prima ora). “Lennon era l’eroe intellettuale, tagliente, ironico, stanco del mondo; McCarthey era il sognatore, sentimentale, belloccio, scalpitante /…/ quando furono fatti baronetti, Lennon restituì alla regina le sue onoreficenze per protestare contro le guerre in Biafra e in Vietnam” (così scrive il giornalista tedesco George Diez, in un libro, uscito per la Feltrinelli nel 2001, dal significativo titolo Beatles contro Rolling Stones). “Deviazionismo ideologico” era l’accusa che, negli anni Sessanta e Settanta, Fidel Castro rivolgeva ai “Beatles”, ma di recente anche il buon Fidel s’è ravveduto e ha inaugurato all’Avana nientemeno che una statua di Lennon, dichiarando: “ciò che lo rende grande è il suo pensiero, condivido i suoi sogni”. Il fatto è che quei sogni, a differenza di altre utopie che sono rimaste illusioni, si sono concretizzati in suoni.
Il simbolo degli Stones creato da Andy Warhol
Anche gli “Stones” (i “Rolling” come dicevamo quando eravamo giovani) furono legati, all’inizio, ai grandi americani del rock’n’roll, come Presley, Little Richard, Jerry Lee Lewis, al pop e allo skiffle britannico dei vari Billy Fury, Cliff Richard, Adam Faith, ma forse ancor di più furono avvinghiati al blues, per esempio a quello di Muddy Waters e Bob Diddley, ed è proprio qui la prima differenza dai “Beatles”, perché la musica blues li porta su un terreno più duro e protestatario (di cui Simpaty for Devil ne rappresenta il culmine), “voce degli hooligan” fu detto, un terreno che continuerà ad essere coltivato da Keith Richards (soprattutto nelle sue esibizioni solistiche staccate da quelle del Gruppo). Dalla metà degli anni Settanta ha inizio una fase centrifuga che porta gli “Stones” a miscelare, su una base costante che rimane rock-blues (con qualche country ballade), il raggae, la disco ecc., cercando di sintonizzarsi sulle varie tendenze. E questa è un’altra differenza dai “Beatles”; infine è da sottolineare come gli “Stones” siano animali da palcoscenico (il loro leader, Mick Jagger, è davvero il più imitato front line della storia) e il richiamo del concerto li nutre, dai grandi raduni degli anni Sessanta ai mega tour odierni.
Renzo con Philip Dati al concerto degli Stones allo Stadio Olimpico di Roma nell'estate del 2007
I “Beatles” rappresentano la tipologia di una canzone d’autore molto evoluta, costruita, intellettuale, che però sa concedersi a un ascolto di forte impatto emotivo e molto suggestivo, per questo il loro pubblico è generalistico e vastissimo. Gli “Stones” perpetuano il mito del vagabondo, del ribelle, del teeneger (alla James Dean), espresso con toni hard, ed è per questo che il loro pubblico è prevalentemente quello del rock, più tagliato su un genere viscerale che sta fra il ballo (radice rock’n’roll) e la protesta (radice blues) e che meno si concede a raffinatezze.
Nell’Ottobre scorso, a New York, una giuria di 700 fra musicisti e discografici ha decretato Satisfation la canzone più bella della storia. Al secondo posto Respect di Aretha Franklin; al terzo Stairway to Heaven dei “Led Zeppelin”; quindi Like a Rolling Stone di Bob Dylan; poi Born to run di Bruce Springsteen; Hey Jude dei “Beatles” è nona, mentre Imagine di Lennon è decima. La leggenda vuole che Satisfation sia stata scritta (nel 1965) da Keith Richards dopo un inquieto sogno, certo è che sulle note di quella canzone hanno ballato e urlato intere generazioni. Val la pena concludere con qualche verso, attualissimo, di questo brano:
“Quando guido la macchina / e quell’uomo viene fuori dalla radio / e mi parla, continua a parlare, insiste, / con qualche inutile informazione / non posso essere soddisfatto. / Quando guardo la TV / e quell’uomo viene fuori per dirmi / come possono essere bianche le mie camicie / non posso essere soddisfatto…”
Renzo, Claudio, Erika (chitarra e voce), Andrea (batteria)
Da Renzo Cresti, nella Rivista "Il Grandevetro" n. 58, Santa Croce sull’Arno, Febbraio 2003

Renzo (a sinistra) con Marie José Manzini, Claudio Baldi e Manuela, durante una festa di Carnevale a fine anni Settanta
A Manuela Carmignani