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Fare musica oggi, difficoltà e gioie
Questo libro si rivolge a tutti coloro, musicisti, artisti, uomini di cultura e appassionati delle cose contemporanee, che hanno a cuore le problematiche della nostra civiltà, la quale ha subito una forte e veloce trasformazione nel passaggio dal cosiddetto moderno al postmoderno.
Renzo Cresti, che molti libri ha dedicato alla musica contemporanea, nel suo saggio introduttivo ripercorre alcuni momenti fondamentali della cultura musicale dei decenni 1940-80 e approfondisce i cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi anni e che sono tuttora in atto. Lo stesso Cresti, assieme a giovani studiosi quali Ilaria Biagini, Debora Pioli, Beatrice Venezi intervistano personalità come:
Rocco Abate, Antonio Agostini, Maurizio Agostini, Antonio Anichini, Riccardo Arrighini, Claudio Josè Boncompagni, Giuseppe Bruno, Giancarlo Cardini, Gianmarco Caselli, Francesco Cipriano, Gianvincenzo Cresta, Giulio D'Agnello, Paolo De Felice, Girolamo Deraco, Carlo Deri, Federico De Robertis, Manfred Giampietro, Gaetano Giani Luporini, Stefano Giannotti, Massimiliano Giusti, Arduino Gottardo, Cristina Landuzzi, Giorgio Lazzarini, Giampaolo Lazzeri, Mauro Lupone, Guido Masini, Carlo Pedini, Saverio Rapezzi, Marco Simoni, Valter Veroni.
Ne escono fuori delle vive testimonianze che vanno a toccare i principali temi del pensare, scrivere, fare, organizzare musica senza distinzioni di generi.
Questo libro prosegue il ‘progetto musica' inaugurato per l'editore Marco Del Bucchia con il libro di Renzo Cresti su Franco Calabrese nella storia del teatro lirico italiano e nasce «dall'esigenza di fare una fotografia sull'attuale panorama della cosiddetta musica contemporanea e quindi di svolgere alcune riflessioni sulle gioie e dolori di una musica che si pone nel lato in ombra rispetto a quello fin troppo assolato e stordente della musica leggera e che costituisce la nicchia della musica classica di repertorio» (dalla prefazione di Renzo Cresti).
INDICE
Intrecci e posizioni, una prefazione
Sulle difficoltà di abitare il proprio tempo, un problema di posizionamento
La Neue Musik, uno sguardo retrospettivo
1976: dal moderno al postmoderno
Ipermoderno: dalla storia alla geografia
Da Webern a Stravinskij
Il concetto di intreccio
Dimmi che musica fai e ti dirò chi sei: jazz, musical, musica da film, musica bandistica, rock, pop, canzone d'autore, teatro canzone e altre meraviglie
Scrivere ciò che scrivendo si profila
Fase terza e quarta (nonché ultima)
L'e(ste)tica e la bellezza nell'età globalizzata
di Renzo Cresti
Interviste
Rocco Abate
Antonio Agostini
Maurizio Agostini
Antonio Anichini
Riccardo Arrighini
Claudio Josè Boncompagni
Giuseppe Bruno
Giancarlo Cardini
Gianmarco Caselli
Francesco Cipriano
Gianvincenzo Cresta
Giulio D'Agnello
Paolo De Felice
Girolamo Derapo
Carlo Deri
Federico De Robertis
Manfred Giampietro
Gaetano Giani Luporini
Stefano GiannottiGaetano
Massimiliano Giusti
Arduino Gottardo
Cristina Landuzzi
Giorgio Lazzarini
Giampaolo Lazzeri
Mauro Lupone
Guido Masini
Carlo Pedini
Saverio Rappezzi
Marco Simoni
Valter Veroni
Dalla Prefazione di Renzo Cresti:
Questo libro nasce dall'esigenza di fare una fotografia sull'attuale panorama della cosiddetta musica contemporanea e quindi di svolgere alcune riflessioni sulle gioie e dolori di una musica che si pone nel lato in ombra rispetto a quello fin troppo assolato e stordente della musica leggera e che costituisce la nicchia della musica classica di repertorio. Si fa impellente riflettere sulle difficoltà di vivere il proprio tempo in un'epoca dove l'entropia impedisce una consapevolezza chiara dei fatti che mutano con una velocità tale da non consentire una loro assimilazione. Dal moderno al postmoderno all'ipermoderno (o società post-industriale globalizzata) solo chi possiede il dono di una mente agile e prensile è in grado di sintonizzarsi con i fatti in perenne movimento; vi è un'enorme difficoltà di essere in accordo con le culture del proprio tempo, ma è solo la relazione con il proprio tempo (la quale può avvenire in mille modi) che conferisce forza denotativa e significanza esplicita al proprio fare. Testo e contesto non possono essere scissi, non nella prospettiva dell' art engagé , ma in quella che, in ogni epoca storica, richiede all'artista di attraversare il proprio spazio/tempo, con occhio vigile, mente consapevole e cuore aperto.
Rispetto a un eccesso di intellettualismo e di formalismo che si notava nei decenni di pieno novecento, dalla fine del secolo scorso a oggi si constata, al contrario, un eccedenza di istintività e di pragmatismo, sembra quasi che il compositore scriva così come gli viene, ovviamente con alla base una cultura che gli consente di avere comunque dei punti di riferimento e delle capacità analitiche. Il fatto è che scrivere ciò che scrivendo si profila è indubbiamente il metodo migliore per superare ogni impasse e ogni difficoltà, ma per farlo occorre una preparazione tecnica straordinaria che permette alla mano di scorrere senza ostacoli e un'altrettanto meravigliosa dote di musicalità che consente alla scrittura di essere profondamente e immediatamente comunicativa. Queste qualità sono concesse a pochi.
Le difficoltà riguardano anche il saper sciogliere il nodo dei rapporti fra generi e stili musicali diversi, fra culture e prospettive differenziate, così come riguardano le relazioni fra il concetto di forma e le varie contaminazioni, le correlazioni fra la ricerca e l'espressività, si crea una fitta rete di interconnessioni che produce quell'intricato e affascinante intreccio che chiamiamo contemporaneità. Purtroppo i musicisti non sempre hanno i mezzi culturali o semplicemente il tempo e la voglia di studiare il loro fare musica in relazione alle dinamiche socio-culturali che hanno d'intorno, tutti presi come sono a percorrere la strada che hanno intrapreso, che non è detto che sia quella che garantisce loro il tragitto migliore, ma ch'è la via più comoda per i loro pensieri e per il loro operare e più adatta a immettere i loro prodotti in una nicchia di mercato di riferimento. Questa potente ossessione al proprio fare è un tratto che caratterizza in senso positivo ogni artista, era tipico anche delle generazioni precedenti, ma se diventa esclusiva produce un forte strabismo che non consente di vedere come testo e contesto siano complementari e interdipendenti, come il fare individuale sia poca cosa e destinato a ripetersi e a inaridirsi se non viene costantemente alimentato dal contatto con il complesso degli elementi che costituiscono l'intreccio, all'interno del quale – volente o nolente – ogni compositore è situato.
Leggendo le risposte alle interviste si percepisce la difficoltà di posizionarsi e di collocare la propria opera in un sistema di relazioni che paiono spesso sfuggire alla visione complessiva del musicista il quale tende a sopperire, in maniera più o meno consapevole, a questa deficienza abbracciando un pragmatismo stilistico che lo porta a relazionarsi alla concretezza del proprio quotidiano ossia a scrivere quello che ha imparato a scrivere. Ovviamente questo imbarazzo critico che si risolve in un'accettazione di ciò che ci circonda non è legato all'ignoranza dei musicisti ma è proprio dell'epoca in cui vivono, la leggerezza dell'essere e il pensiero debole avvolgono questi anni come un sudario. Interessante è la ri-contestualizzazione del fare musica oggi alla luce delle considerazioni espresse dai musicisti di questo volume.
Vi è chi percorre le nuove strade maestre della geografia attuale ipermoderna e chi continua a percorrere le vecchie vie che partano dal moderno; in questo continuo riposizionamento è impossibile dare un giudizio di valore in quanto vi sono molte e mutevoli scale di riferimento, è solo possibile dare un giudizio di posizione.
Negli ultimi vent'anni è aumentata l'offerta di musica, ma si è abbassata la sua qualità ed è diminuita la capacità dei compositori di andare a fondo delle cose, di produrre quell'affondo di cui parla Adorno, così come è diminuita la capacità di ascoltare con attenzione, l'ascolto passivo regna sovrano nell'epoca ludica. Teatri, istituzioni musicali, associazioni, radio, mass-media in genere sono assorbiti totalmente dagli interessi del botteghino e propongono sempre la solita musica che non informa sul dibattito culturale in atto, che non educa al nuovo e a stare al passo col proprio tempo, funzionale al luogo comune, alle anime dormienti, al mercato. Occorrerebbe una nuova antropologia che riponesse al centro della società l'uomo col suo infinito interiore e con la sua volontà di far parte della collettività.
Si è coinvolto nella riflessione una serie di musicisti volutamente diversi fra loro sia a livello generazionale sia per la loro provenienza culturale sia per educazione musicale sia per finalità dei loro progetti sia nei modi di realizzarli e di esprimerli, proprio la diversità si fa garante del molteplice ch'è il vero soggetto della contemporaneità. Anche a livello stilistico o di genere si realizza, grazie alla diversità, l'intreccio tipico del nostro spazio/tempo, dove le idee e il fare si accavallano l'una sull'altra e difficile diventa il discernere le cose buone da quelle banali. Per queste problematiche si veda il mio saggio introduttivo, nel quale ho tenuto intenzionalmente fuori i compositori coinvolti in questo volume perché, per affrontarli tutti con serietà, avrebbe significato entrare nel particolare delle loro posizioni, magari con saggi individuali, cosa che non è nelle intenzioni di questo lavoro; d'altra parte l'aver coinvolto questi personaggi è già in sé un atto di stima e, in questa prospettiva, il lettore ha la libertà di fare i collegamenti e le considerazioni che ritiene opportuno (senza alcuna influenza da parte mia).
Le domande seguono un filo rosso, addirittura a molti compositori si sono rivolte le stesse domande, per delimitare il campo di interessi e rendere il più possibile omogeneo il dibattito virtuale. Ne sono uscite molte testimonianze, dai toni e dai contenuti parecchio discordanti, che rappresentano un buono spaccato della realtà, della situazione in atto.
Senza alcuna pretesa di completezza, i musicisti invitati rispondono a un criterio geografico ossia sono quasi tutti musicisti che gravitano intorno alla Toscana del nord (da Firenze a La Spezia , con alcune eccezioni a campione) e molti di loro sono legati in maniera più o meno diretta all'associazione CLUSTER (di cui sono il direttore artistico). Gli intervistatori appartengono a un gruppo di giovani e valenti musicisti e scrittori lucchesi, fra i migliori che ho conosciuto durante i miei quasi 30 anni di insegnamento all'istituto “Boccherini” e nei 3 anni e mezzo in cui ho fatto il direttore. Complimenti a tutti.
York-Lucerna-Massa marittima-Lucca, luglio-settembre 2010
Che la mia stella sia Chiara
quando andrò verso la notte
A Washington
Manifesto Musica '94
Per un altro umanesimo
"Uscire dal Novecento è diventata un'esigenza primaria; agli inzi del nuovo millennio si fa impellente il bisogno di vagliare con nuove modalità i presupposti critici usati dalla cultura novecentesca, il che significa lasciarsi alle spalle il nichilismo e gli alienati rapporti dell'arte con la vita, abbandonare il pensiero negativo, ma anche quello forte dello strutturalismo, dell'astrazione linguistica, sperando che gli artisti riescano a calarsi, con umiltà, in un costruttivo confronto con la gente; augurandosi che l'arte converta in positivo lo sgomento che ha tormentato il Novecento, non per nasconderne le angosce e i fatti tragici, semmai per inaugurare un altro umanesimo, non fortificato da certezze e vacue dignità, ma quotidianamente aperto alle esigenze della società e pronto a integrarsi col mondo, in maniera critica. Inoltrarsi nel 2000 con la volontà di rimanere al di qua di ogni ideologia, degli interessi partitici, dei tornaconto personali e, contemporaneamente, avvicinarsi ai bisogni della gente, recuperare la solidarietà e il senso della collettività, non inglobando peròl'arte nella sociologia, perché l'arte è il luogo dei possibili (quindi può essere utopia, idealità, progetto, scommessa...). Infine, allontanarsi dal Novecento significa lasciar perdere le risposte en rose del postmodern che, in alternativa programmatica alle tendenze scientiste, ha insistito sul tema dell'immagine bella e dello spettacolo patinato, utilizzando forme banali e dandy, volutamente ripetitive, per coinvolgere il "grande" pubblico (quello affezionato ai serial e agli spettacoli televisivi del sabato sera.
a York
a Villa Orlando di Torre del LAgo
Chiara nel giardino di casa
Il post-Moderno ha preso, in musica, il nome di neo-romanticismo perché ha voluto riferirsi agli aspetti bassamente sentimentali e a quelli tecnicamente sclerotizzati del sistema tonale: ha prodotto una musica scontata e leggera, soprattutto inautentica, facilmente deperibile, legata alla rapida caducità degli elementi utilizzati (come quelli para-canzonettistici); musica da arredo metropolitano, che cresce nella grande città, vicina alle discoteche, ai supermercati e ai cartelloni da réclame; si sintonizza facilmente sull'immaginario collettivo della piccola borghesia senza valori né qualità, sull'effimero, è musica che ha una linea, indossa un abito alla moda, ma non ha un progetto, giacché la metropoli è lo spazio senza spazio, nel quale i linguaggi vivono come svuotati. Giunti a questo punto non c'è più (s)campo, la salvezza è uscire dal Novecento tentando di proporre un'e(ste)tica del dialogo, fra l'arte e il suo pubblico eventuale, cioè fare in modo che i linguaggi tornino ad essere comprensibili, non perché assecondano banalmente i gusti del pubblico, ma per la loro genuinità.
nel giardino del "Granaio del Topo"
Parliamoci chiaro: delle cervellotiche griglie labirintiche, degli oramai scontatissimi automatismi combinatori, degli effetti-vento ottenuti con gli armonici, della materia magmatica, dei brani per fiori e farfalle non se ne può più, i compositori che ancora sono invischiati in queste prassi, oramai divenute sclerotizzate e ideologiche, anche se conosciuti come "maestri" non lo sono più, figuriamoci gli allievi e i portaborse. Si può ragionevolmente parlare di invecchiamento dei Maestri.
I Maestri sono stanchi e in gran parte (è sotto gli occhi di tutti) hanno fallito nel proporre la loro opera al pubblico, anzi, molti di loro si sono perfino vantati dell'isolamento che, secondo le nevrotiche modalità espressionistiche, garantiva dal pericolo della massificazione e dell'alienazione. Franz Marc scriveva che "l'isolamento dei rari, autentici artisti contemporanei è per il momento assolutamente inevitabile", da "quel momento" sono trascorsi novant'anni, massificazione e alienazione sono rimaste, ma devono essere tematizzate in altro modo, percorrendo spazi obliqui e inserendo l'arte nelle fessure, dentro le crepature e fra le giunture del neo-capitalismo trionfante, trovando piccoli, ma importantissimi e vitali spazi per la creatività e la risposta.
E(ste)tica del dialogo - dia-logos - creatività - senso - autenticità.
Passati gli anni dello sperimentalismo e dell'e(ste)tica del rifiuto, dopo Babele si deve tentare di ripristinare il rapporto positivo col pubblico che è andato perduto per colpa di strutture compositive sempre più complesse, le quali moltiplicano i significanti all'infinito, senza attenzione verso un loro significato. La riconquista del senso dell'opera è il primo passo, fondamentale, da compiere.
Si debbono recuperare le connessioni perdute fra opera e mondo, in una prospettiva di conciliazione, pur senza eliminare le tensioni che animano il linguaggio (come il mondo). I neo-romantici hanno voluto eliminarle è sono approdati a una musica fumettistica priva di spessore, sostanzialmente da tappezzeria.
Si tratta di instaurare un'interna dialettica tra posizione ed evento, dialettica interna in quanto la posizione, l'esserci dell'opera, è già evento, fatto accaduto nel mondo. L'atto del comporre è evento di una fissazione che si apre, consentendo all'opera, ad un tempo, di essere e di divenire, di stare in sé e di relazionarsi al collettivo, di gettare ponti verso l'altro. Il termine "posizione" rimanda, come fa notare Levinas, all'istante, come etimo latino di "in-stans", stasi in, nella quale l'uomo può scoprirsi nella sua identità che però, ad ogni istante, è il cominciamento di un rapporto. Se esistente ed esistenza procedono parallelamente, allora l'opera mette in movimento, fin da subito, una relazione con ciò che la eccede, realizzando un'epifania del visage altrui.

Alle posizioni estetiche che non sanno mettersi in discussione, manca questa dialettica interna, che mette in moto il processo centrifugo di collegamento dell'individualità formale dell'opera col suo prossimo. Manca il tempo dell'amore, che non è il tempo heideggerdiano, inteso come orizzonte interpretativo delle modalità ontologiche dell'esserci, ma è il tempo che si costituisce a partire dalla relazione del sé con l'altro, ch'è sia un atto d'amore, sia un atto di responsabilità. Sotto questo aspetto la musica contemporanea ha disatteso a ogni istanza etica, disattendendo quindi anche a ogni esperienza reale, una concreta esperienza ch'è ex-per-ire, passaggio, itinerario che conduce verso l'altro (fino alla morte).
Lo Strutturalismo è un'estetica senza esperienza, che non sia quella concettuale del testo, un comporre che non compie né l'esperienza nell'altro, né, quindi, l'esperienza del passaggio, percorso che apre, che insegna, che resta il luogo necessario per la comunicazione. Non è questo anche un atteggiamento irresponsabile? Nell'apologia del significante si perde il contatto con l'altro, la possibilità di accoglierlo, di recepirlo-per-me.
L'assoluta ed esclusiva attenzione sul dire (usando una terminologia levinassiana) ha condotto a un'opera dicente il dire, che parla solo di se stessa, del come è realizzata, esaurendosi nella propria esposizione, senza tematizzare il proprio essere segno col mondo, senza aprire la struttura del logos allo spazio collettivo dell'ethos.

L'art engagé è stata un'imposizione ideologica: il pubblico porta in volto i segni della violenza subita, e quei pochi che hanno resistito, sono stati analizzati come esseri dalla spiccata vocazione al martirio, che ascoltavano musica per incosciamente autopunirsi. Nell'art engagé, il pubblico viene visto come un agente passivo da ridurre all'Idea, mettendo in atto, ancora una volta, dopo le denuncie di Nietzsche, il potere totalizzante del logos conquistatore (non è un caso che questa linea si proclami erede della tradizione tedesca: dall'Espressionismo alla Scuola di Francoforte). Al contrario si tratta di aprire il logos, passando dalla questione del logos a una logica formale messa in questione, proprio perché cosciente delle interne tensioni.
Al dire s'è contrapposto il detto, alle sperimentazioni sui significanti si è allora preferito il placido recupero dei significati, ri-utilizzazione concessa dalla riappropriazione in toto della tradizione, l'unica che può garantire lo spazio del senso immediato, in quanto ne determina fin dall'inizio i contorni. Ma il detto, quale linguaggio della tradizione, non può evitare i rischi dell'accademismo e del qualunquismo; come mezzo comunicativo basato sulla tradizione ha sì la possibilità di instaurare un rapporto diretto fra opera e pubblico, ma tale relazione è piatta, sincronica, non va in profondità, è mancante di spessore. Il linguaggio viene assorbito dalle interpretazioni codificate, non sa svincolarsi da ciò che lo uso ha reso sistema. La chiusura che nel dire è messa in atto dall'esclusiva ricerca sul testo, nel detto tale chiusura è rappresentata dall'orizzonte angusto, dal rispetto ossequioso verso la tradizione, ch'è passata e che viene recuperata (non importa se in modo più o meno inventivo) per fornire al linguaggio la possibilità di instaurare una relazione diretta con il pubblico, infatti la lingua tradizionale da' l'opportunità di un'argomentazione immediata, ma non spontanea, falsa, perché lo sporgersi verso l'altro s'imbatte nel muro delle convenzioni, producendo una comunicazione inautentica, in quanto nulla esperimenta perché le viene meno l'atteggiamento estroflesso tipico di ogni vera esperienza, quello dell'uscire dai luoghi famigliari, da se stessi, per compiere un viaggio. Quello dei neo-tradizionalisti è un'avventura compiuta davanti alla TV!
Cacio, Senape e Chiara
La pretesa tautologia che l'opera è l'opera non vale, in quanto A non è solo A, ma è anche più di A, ossia nel predicato viene detto di più di quanto sia esposto nel soggetto. Si deve considerare che il valore conoscitivo è sempre maggiore della stessa conoscenza, come scrive Levinas, "un pensiero che in ogni momento pensi più di quanto non pensi". Partendo dalla forma si arriva così a un suo oltrepassamento che, nel suo protendersi verso l'altro, mantiene sempre le tracce della forma ch'è, ora, in grado di argomentare, di dialogare e recuperare le condizioni necessarie a una concreta intesa con gli ascoltatori.
La struttura dell'opera non è un esclusivo dirsi, ma un dire argomentato ch'è parlare agli uomini, un gettare dei ponti verso il pubblico, un percorso che l'opera compie come esodo, un viaggio esperiente che pone relazioni attraversandosi continuamente, al di là di sé e che, tuttavia, attraverso di sé si compie. La presunta completezza del testo non vien cancellata (come nella banale estetica neo-romantica), ma messa in circolo non, si badi bene, negli infiniti rimandi delle interpretazioni, si tratta qui di superare l'ermeneutica, messa in gioco in una gadameriana fusione di orizzonti, dove testo e contesto si illuminano reciprocamente, l'uno a partire dall'altro, in un rapporto oscillante, in cui è proprio il rapporto ad acquistare maggiore importanza, però senza costruire una camera di specchi, in quanto ogni rapporto è possibile se sussiste fra i due termini una differenza preliminare. Si afferma qui il paradosso dell'ermeneutica - come lo spiega Adriano Fabris - cioé di una filosofia paradossale in quanto è qualcosa che si riferisce al sé solo se si riferisce ad altro, ma l'oscillazione fra i due termini non può essere superata con una lettura meramente logica, tale tensione irrisolta acquista una fissazione facendo ricorso a contenuti tendenzialmente extra-concettuali, ciò che Heidegger chiama "vita" ed "esistenza", ovvero il solve della filosofia ermeneutica si coagula nell'etica, in ciò che non è solo testo, ma vita, un percorso da testimoniare.
Da Uscire dal Novecento, in "Manifesto musica ’94", a cura di Renzo Cresti, Carlo Alessandro Landini, Stefano Leoni, Pippo Molino, Gianni Possio, Rugginenti, Milano 1994
Su queste problematiche cfr. anche il libro di Ivana Savino, La musica contemporanea fra rifiuto e compromesso, con Premessa di Giorgio Gaslini e Postfazione di Renzo Cresti

Agli amici firmatari del Manifesto: Carlo Alessandro Landini (vedi scheda critica nel file Autori), Stefano Leoni, Pippo Molino (vedi scheda critica nel file Autori), Gianni Possio