Immagini, musica e silenzi nella musica cenematografica

 

Franco Mannino



In che rapporto la musica deve intervenire sull'immagine, come e quanto? Il come riguarda gli aspetti stilistici, mentre il quanto è una questione di proporzioni. Spesso i musicisti sovrappongono i suoni alle immagini, in modo da creare una ridondanza retorica che, se caldamente avvolge lo spettatore/ascoltatore, risulta eccessiva, per esempio le musiche di Carlo Rustichelli per Pietro Germi, o quelle di Francesco Lavagnino. In questi casi lo stile rimane legato a un linguaggio tardo romantico, crepuscolare, a volte molto melodico, come in Alessandro Cicognini, a volte più controllato e condizionato dal realismo delle immagini (pensiamo a Renzo Rossellini). Lo stile romanticheggiante, di solito, seguendo una certa propensione al racconto in musica, sulle tracce del Poema sinfonico, tende a riempire lo schermo con i suoni, si fa esuberante, diventa troppo.

Il caso di Cicognini è interessante, perché si crea una iato fra il suo fluente melodismo e il carattere disadorno dei film di De Sica e Zavattini, c'è da chiedersi quanto la non-corripondenza sia voluta, certo non può essere del tutto inconsapevole, per cui la facile vena musicale viene utilizzata per addolcire, o meglio, per rendere più rotonde le immagini. Al di là del (neo)realismo, si nota, a volte, una volontà di depurare la musica per lasciar parlare la sola immagine, nel silenzio o accompagnata dai rumori del contesto. E' un'esigenza alla purificazione che si è fatta più forte negli ultimi anni e che salvaguardia la forza intrinseca dell'immagine la quale, con una musica eccessiva, rischia di essere edulcorata. Una situazione analoga, pur per motivi opposti, si crea con la musica d'avanguardia (per esempio quella di Philip Glass) che s'impone, a volte prepotentemente, sull'aspetto visivo. Qui non è l'eguaglianza stile romantico = ridondanza ha creare uno squilibrio, ma la pretesa di concentrare l'attenzione sull'aspetto musicale che, per come è costruito e per come si presenta, costituisce il vero filo rosso della storia, l'immagine gli diventa di supporto.

Sulla plasticità dell'immagine, rispettando la sua purezza e naturalezza, senza forzarla in senso zuccheroso o rude, il silenzio gioca un ruolo decisivo. Silenzio in senso stretto oppure rarefazione sonora e/o dinamiche in pianissimo. Alcuni musicisti hanno effettivamente realizzato il difficile equilibrio, come Roman Vlad (per esempio nella bellissima musica di Domenica d'agosto di Emmer), Mario Zafred (il rigoroso commento di Achtung banditi di Lizzani), Nino Rota (che ne La strada, La dolce vita, Otto e mezzo, Prova d'orchestra e in altre pellicole realizza un sottile lavoro di integrazione musicale dell'immagine in funzione psicologica), Giovanni Fusco (Cronaca di un amore di Antonioni, ma anche Deserto rosso, in collaborazione con Vittorio Gelmetti che realizza la parte elettronica), Franco Mannino (dalla rielaborazione dei temi donizettiani in Bellissima di Visconti, col quale collaborò anche negli ultimi anni di vita, da Morte a Venezia a L'innocente, alla bella partitura de La provinciale di Soldati).

 

Di Franco Mannino è uscito il libro, Musica per film. Ricordi ed esperienze, Marsilio, Venezia, 2002; si tratta di un racconto delle testimonianze dal set di uno dei più famosi artisti italiani, compositore e direttore delle colonne sonore dei grandi registi. Nato a Palermo nel 1924, nel decennio della generazione dei grandi Maestri italiani èmorto nel 2005) Mannino è stato allievo di Silvestri e Mortari al Conservatorio di Roma e in gioventù ha esercitato l'attività di strumentista, poi, dal 1952, soprattutto la direzione d'orchestra. Anche direttore artistico del Teatro San Carlo di Napoli e dell'Orchestra di Ottawa, Mannino ha composto molta musica orchestrale e da camera, ma la sua produzione maggiore riguarda le opere per il teatro e la musica da film, realizzata con eleganza e con ripetto. Il suo stile eclettico e il gusto composito se lo hanno penalizzato nella ricerca e nella musica pura, lo hanno aiutato nella musica applicata; legato alla tradizione, si esprime con fantasia ed estro e col dovuto equilibrio. Possiede l'indispensabile qualità di orchestratore che, anche secondo Gaslini, è uno dei requisiti fondamentali per affrontare il cinema. "Penso che la bella musica possa stare dappertutto, senza patirne.

E che, nella maggior parte dei casi, un film perderebbe almeno la metà del suo impatto, senza una colonna sonora: può succedere che molti momenti importanti della nostra vita siano legati ad un motivo, a una melodia, e che la nostra mente, nel riviverli, a certe immagini associ dei suoni, un accompagnamento, una colonna sonora. In fondo, un film è una sequenza di momenti importanti, inseparabili, per lo più, dalla musica che li sottolinea. I due elementi, visivo e sonoro, si adattano l'uno all'altro in modo del tutto naturale". Franco Mannino ha composto musiche per i film per oltre cinquant'anni e, anche grazie ai registi che ha incontrato, l'ha fatto con grande passione. Questo libro ci racconta il suo percorso.



Da Renzo Cresti, Ricordo di Franco Mannino, in Rivista La linea dell'occhio (Lucca 2002)




 


A Silvia Orlando