Dall'impegno politico al teatro dell'interiorità

 

 

 

Ho conosciuto Gentilucci ai primi anni Ottanta, ai Corsi del GAMO di Firenze, lui teneva il Corso di Composizione ed io di Storia ed estetica della musica del Novecento, ci siamo poi incontrati altre volte e la frequentazione era sempre ricca di stimoli sulla musica, sulla sua funzione all'interno della società e per l'uomo. La prematura scomparsa lascia un triste vuoto, non solo per la musica, ma anche per l'esempio umano che Gentilucci, col suo percorso intellettuale, aveva saputo donarci.

Nasce a Lecce nel 1939 muore a Milano nel 1989. Prima insegnante nei Conservatori, dal 1970 alla morte è Direttore dell'Istituto musicale di Reggio Emilia. Attivo anche come saggista.

Gentilucci, nella sua prima fase produttiva, scrive musica impegnata ideologicamente (Cile '73), riprendendo il modello di poesia sociale di Quasimodo, ma dopo un inizio materico, con opere ricche di citazioni assemblate secondo la tecnica del montaggio (Come qualcosa palpita sul fondo, 1973), la sua scrittura diventa via via più duttile e flessuosa, capace di grandi finezze sonore e perfino di momenti cantabili. L'espressività della voce umana lo affascina sempre più, voce intesa anche come veicolo di narrazione.

Gentilucci riesce a costruire dei processi coerenti, privi di rigidezza, arricchiti da una suggestiva trama di arabeschi strumentali (come in Ramo di foglia verde), spesso con un tocco di senso panico e dell'incanto antico ritrovato (come in Flashback). Il senso della forma non viene mai meno, anche se il costrutto si fa spesso leggero, realizzato da sottili giochi timbrici (come in Critografia). Nel decennio 1979-89 Gentilucci scrive ben 57 composizioni, dimostrando un'urgenza espressiva profonda. Il rapporto col testo, l'uso della metafora, il procedere della musica ad onde (ossia il crescere e decrescere di tensioni), il ricorso alla memoria (musicale) storica sono alcuni tratti distintivi dello stile dell'ultimo Gentilucci.

Dimostrazione della sua ampia visione culturale è l'Opera Moby Dick (1988), su libretto proprio ricavato ovviamente da Melville, si tratta di un lavoro aperto non solo musicalmente, ma anche in senso psicologico, nel quale la narratività si raccoglie in un teatro dell'interiorità.

Fra le composizioni più significative, oltre le citate, sono da ricordare: Canti di Majakovskij (1970), Il tempo sullo sfondo (1979), Voci dal silenzio (1981), Le clessidre di Durer (1985), Lo scrigno dei suoni (1989).

E' da ricordare la sua sostanziosa attività musicologica, quella di insegnante, di Direttore dell'Istituto "Peri" e di organizzatore, ovvero di un musicista a tutto tondo e militante.

 


Da Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei, a cura di Renzo Cresti, III voll., 10 cd, Pagano, Napoli 1999-2000







A Francesco Maggio, qui con Chiara Calabrese