
Ho scoperto, grazie alle
dirette testimonianze di coloro che parteciparono alla "Schola
fiorentina" che Dallapiccola (Pisino d'Istri 1904 - Firenze 1975) fu il punto di riferimento
dei compositori fiorentini del dopoguerra (soprattutto
Benvenuti mi parlava spesso del rapporto che sussisteva
- negli anni Cinquanta - fra gli allora giovani compositori
fiorentini e Dallapiccola).
La mia ritrosia nei confronti
del primo Novecento, un periodo che non amo (adesso
inizio ad amare meno anche il secondo Novecento, appassionandomi
in maniera pressoché esclusiva alla stretta contemporaneità) è stata
una delle ragioni che non mi ha fatto avvicinare a
Dallapiccola, un'altra è la sua seriosità e
i suoi legami con la cultura mitteleuropea che mi pare
incarnare il peggio dell'impostazione idealistico-razionale
di cui sono insofferente e che mi annoia.
Questo non
mi impedisce di apprezzare non solo la portata storica
della produzione di Dallapiccola, ma anche il suo intrinseco
valore morale e linguistico. Me ne sono occupato solo
sporadicamente e di recente, come nel 2004, anniversario della nascita, quando ho organizzato una serie di Incontri al mio Conservatorio di Lucca proprio su Dallapiccola, come nel caso della stesura dell'Ipertesto della Storia della musica (che ha un'ampia sezione dedicata alla musica del Novecento italiano - vedi Saggi) e in un articolo sulla rivista on line www.orfeonellarete.it, infine il grosso lavoro su Firenze e la musica italiana del secondo Novecento è stato un'occasione ulteriore per ripensare
al Maestro istriano.
Dallapiccola lega l'Italia all'Europa agganciandosi direttamente alle esperienze linguistiche della Scuola di Vienna, ma calandole nella realtà italiana, il che significa accettare il discorso dodecafonico, ma non ripeterlo manieristicamente come sistema, anzi vivificarlo con elementi contingenti e particolari. Vedi Saggio L'alleanza delle arti.
E' l'eterna ambizione umanistica alla totalità, che in Italia - da sempre - è universo espressivo e melodico. Il sistema di Schoenberg viene ammorbidito in un'inflessione più duttile; pur conservando la lucidità d'impostazione, il realismo latino non viene meno e con esso l'attaccamento a una quotidianità ben poco idealistica;
nasce così la protesta contro il fascismo nei Canti di prigionia (1938-41) che tecnicamente fanno ricorso a una continua dialettica fra metodo dodecafonico e plasticità della linea melodica, nasce la disperata ricerca di libertà de Il prigioniero (1944-48) dove la tematica espressionista dell'angoscia coincide con l'adozione della tecnica delle dodici note, all'interno delle quali si inseriscono movenze diatoniche e momenti di canto, spiragli di una (possibile?) nuova dignità umana.
Dodecafonia come rigore, rigore come scelta di vita.
Dopo una serie di lavori inediti per voce (1925-30), compresi in un ambito neo-modale (come Per la sera della Befana del '28), Dallapiccola si accosta a forme neo classiche (Partita del '32) che soddisfano il suo gusto per la purificazione sonora, ottenuta attraverso un tessuto polifonico trasparente. La Partita è la prima opera di vaste proporzioni (nella stesso anno pure Petrassi scrive una Partita) e utilizza un linguaggio di base modale, ma con inserimenti cromatici, spesso sotto forma di tremoli, un tic ricorrente.
In Divertimento in 4 esercizi (1934) Dallapiccola dimostra di preferire un organico assai ristretto e formato da solisti: secondo l'esempio del Pierrot Lunaire di Schoenberg, cinque strumenti dialogano intimamente seguendo lo schema della suite. La voce non declama in modo monocorde come nelle opere precedenti (ad esempio nella Lirica del Kalewala del '30), ma vi è un espandersi lirico ad ampi, ma morbidi intervalli, di forte impronta drammatica, come in Berg.
Nel 1935 Dallapiccola termina la seconda serie dei Cori di Michelangelo (la prima serie, meno significativa, era stata composta due anni prima), v'è qui un'essenzialità di scrittura di assoluto rigore, basata sulla pentafonia e su armonie ottenute per sovrapposizioni di quarte.
Una terza serie dei Cori viene composta nel '36, qui Dallapiccola approfondisce il trattamento dell'accordo per quarte, prima di tipo diatonico, ora cromatico per effetto di alternanze fra quarte giuste ed eccedenti.
Dallapiccola appartiene alla numerosa schiera dei compositori-pianisti, questo strumento lo riguarda molto sia dal punto di vista didattico (è insegnante di pianoforte al Conservatorio di Firenze dal '34 al '67), sia come esecutore (specie in duo col violinista Materassi), ma lo interessa assai meno come autore, infatti se si escludono le giovanili Fiuri de Tapo e Caligo del '26 occorre attendere il '35 per trovare un'altra opera pianistica, Musica per tre pianoforti, pezzo che ricorre al modo percussivo di suonare lo strumento, un uso che a Dallapiccola non viene da Bartòk da Stravinskij, ma piuttosto dallo studio di Musorgskij.
Il suono è inteso come unità autonoma, il discorso polifonico, di tipo neo-modale con inserimenti cromatici, deve essere spazializzato piazzando i tre pianoforti a distanza l'uno dall'altro. Nel '39 Dallapiccola scrive il Piccolo Concerto per Muriel Meuvreux, dalla curiosa caratteristica di essere nato per un piccolo esecutore (Muriel è difatti una bambina). Per completare la panoramica pianistica basterà citare la Sonatina canonica su i Capricci di Paganini (1943) e il Quaderno musicale di Annalibera (1952), quest'ultimo molto interessante.
Fra le composizioni per il teatro, dopo ll Prigioniero, Dallapiccola scrive la Sacra rappresentazione Job (1950) dove la scrittura vocale, segnatamente quella corale, è di impervia difficoltà per ricorso ai grandi salti di tipo weberniano, inoltre compone l'Opera Ulisse (1962) uniforme nei suoi nuclei adamantini dove le brevi frasi melodiche restano indipendenti dal tessuto armonico. Il ricorso alla voce caratterizza anche altre composizioni orchestrali del dopoguerra, come i seriali Canti di liberazione (1951-55) in cui esili linee melodiche si trascendono in momenti timbrici, o come il suggestivo An Mathilde (1951) nel quale la poesia di Heine è cantata dolorosamente da una voce sfuggente sopra un'armonia rarefatta, o infine come in Preghiere ('62) o in Commiato ('72).
Per la musica orchestrale vanno almeno citate la gentile Piccola musica notturna ('54) basata su una scrittura puntillistica con richiami tonali ed estremamente soffice nei giochi timbrici, e il Concerto per la notte di Natale ('56) composto con un linguaggio più conseguente e discorsivo. Devono molto all'influenza di Dallapiccola, autori quali Nono e Togni.
Da Renzo Cresti, Ipertesto di Storia della Musica, Feeria, Panzano in Chianti 2004. E da Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei, a cura di Renzo Cresti, III vol., 10 Cd, Pagano, Napoli 1999-2000

A Carlo Deri