
Da quando Gianvincenzo Cresta (Avellino 1968) mi invitò per consegnare un Premio alla carriera di Mario Cesa, siamo diventati amici veri (anche con Mario). Per me è una gioia scendere nell'amatissimo Sud, nell'incredibile Napoli e nella placida Avellino, dove la qualità della vita è assai più alta che in tante città del famigerato Nord. Insieme a Cesa, Cresta è riuscito a ideare (dal 1997) e ben organizzare una delle Rassegna più vitali del panorama della musica contemporanea, non solo italiana, "Musica contemporanea in Irpina", dove ho l'onore di presenziare ogni anno (l'edizione del 2006 è però ancora in attesa dei finanziamenti...). Insieme abbiamo anche realizzato libri e cd, cose importanti e durature. La lucida intelligenza, abbinata a un serio lavoro sulle note e a una cultura ampia e profonda, rende il lavoro di Gianvincenzo molto interessante, ed io ho la grande fortuna di porterlo seguire da vicino. Oltre a questa esplicita ed esplicitata stima, ho per Gianvincenzo un affetto vero. E' uno dei personaggi con i quali lavoro meglio e questo, probabilmente, sta anche a significare che c'è un modo di vedere e di realizzare le cose assai simile fra noi.
Cresta a casa di Cresti, con Cacio
Il senso della musica di Cresta sta nelle corrispondences con i colori, nella sinestesia dell'esperienza sonora con quella visiva: dobbiamo apprestarci a un ascolto colorato.
Il colore tradotto in suono: le strutture musicali sono omologhe ad altre, come quelle dei colori, o della realtà o del vissuto, in tale rapporto di omologia si afferma l'intreccio suono/colore/vita. Le corrispondenze sono i luoghi simbolici della comunicazione, nei quali si rinnova l'aspirazione alla totalità del linguaggio. In questo ideale appare chiara la voglia d'espressione, coinvolgente anche a dispetto della ratio costruttivistica. L'intelligenza è al servizio della partecipazione.
In Cresta sembra quasi che la grammatica generativa delle sue composizioni sia fatta sull'intreccio delle correlazioni espressive, giocate sulle infinite sfumature del colore, più che su piani formali autonomi, è una grammatica appellativa, in quanto suscita sempre forti impressioni/espressioni all'ascolto. Da questa personalissima grammatica (che sceglie un vocabolario sonoro assai ridotto e, proprio per questo, molto coeso e pregnante) scaturisce un linguaggio che vuole comunicare, non banalmente raccontando una storia, ma appunto attraverso i colori che facilmente si tramutano in toni e sfumature espressive. Nessuna banale descrizione, ma messa in moto di affinità e similitudini.
Il rapporto fra mimesis e costruzione si svolge nella ricerca delle increspature di colore. Vi è una sorta di figura timbrica che è contro ogni figuratività descrittiva, la figura/suono/colore nasce dalla progettualità, ma è disegnata con delicatezza, tanto da renderla impalpabile, e con la funzione evocativa. E' un gesto discreto e potente a un tempo. Come se il disegno tracciasse la propria trascendenza. E' un segno che chiama in vita somiglianze, che stanno in bilico fra presenza (il loro emergere) e assenza (il loro ritrarsi).
Il criterio di trasformazione delle immagini segue un intuito davvero sicuro, ma è debitore anche di una geometria che rende i mircro-mutamenti delle figure assolutamente calcolati: ogni spostamento dei suoni da una sorta di recto tono di base modifica la forma generale (ch'è fissata in studi preparatori). I segni di Cresta sono stilizzati, ricordano una specie di silhouette molto ornamentata, oppure certi tappeti orientali dove la figura non è in realtà importante in sé, per quello che rappresenta, ma è il trionfo della decorazione. Si potrebbe dire che Cresta lavora sui colori complementari a una sorta di corda di recita e con questi riempie lo spazio sonoro, così il microcosmo dei colori complementari s'inserisce e completa le figure maggiori, infine approdando alla forma conclusa.
La forma è per Cresta spazio da colorare. Per colore, per colore intende il chiaro-scuro derivante da processi di diradamento o intensificazione del materiale (come nel contrappunto di masse per esempio). Un solo suono ha infinite sfumature di colore. Le altezze vengono vissute come timbro. I colori chiari derivano da un processo di diradamento, mentre quelli scuri da un svolgimento in intensificazione delle linee polifoniche. Similarmente lo spazio viene inteso come vuoto o incorporeo oppure come pieno e concreto.
Costruire dal poco: che cos'è il poco da cui Cresta parte se non il balenare della memoria involontaria? Proprio nello spaesamento del balenare riesce a cogliere i suoni di "un'altra esperienza" (nel senso di Proust), diversa da quella abitudinaria. Poi scatta la bravura nel sistemare questi suoni/immagini/colori, nel sapere ciò che occorre all'operare, un'abilità che deve realizzare un tempo ritrovato, non contiguo in linea retta, ma disomogeneo e sconesso, differente e inedito. Nel metabolizzare gli scarti e i balenamenti sta l'interesse della progettualità.
Quando, dopo la crisi, nella terra desolata di Eliot, si ha poco, dobbiamo costruire con questo poco. E non è detto che sia uno svantaggio, anzi, come dimostra Cresta, è proprio nel piccolo che possiamo intravedere il massimo, in ciò ch'è succinto e breve leggiamo - addirittura - il poema della nostra epoca! E' per questo che il silenzio non viene assolutizzato, perché tacere significa anche non esprimere pensieri, mentre a Cresta interessa molto comunicare le proprie riflessioni, per agire nel Mondo: al contrario di Pernaiachi, che aspira alla purezza incondizionata della quiete, Cresta aspira a un'utopia di un Mondo senza silenzi, dove ogni uomo dialoga con l'altro, serenamente e con equilibrio. E' quella di Cresta una rinnovata militanza artistica, nella quale l'arte viene fatta specchiare nella "fierezza della vita" (come diceva Baudelaire).
Cresta sa bene di vivere in un tempo di crisi (del Mondo prima ancora che del linguaggio), ma - ben lungi dal fuggire - vuole costruire un altro sapere, più diretto e onesto, basato su un coinvolgimento dell'affezione, che rende pulsante la costruzione di un nuovo rapporto con l'orizzonte di senso. L'opera di Cresta diventa un diverso tempo del dicibile, non si chiude nel grande silenzio di Zarathustra (quel silenzio estremo che attira Pernaiachi), ma affronta la battaglia (storica) con nuove domande e nuove risposte a nuovi limiti e a nuovi bisogni: solo accettando fino in fondo il tempo della precarietà, Cresta (come pure Coral) si pone nella giusta condizione di mutare radicalmente "il tempo della miseria". Con razionalità analitica (come in Putignano), cerca di tramutare i conflitti prodotti dalla crisi in linguaggio, solo così l'arte diventa il simbolo pieno del nostro esserci. Una volta scoperto che la distruzione di un ordine ne produce un altro (più grande o più piccolo, meglio o peggio organizzato, non importa), a Cresta si dischiudono nuove possibilità, minute ma preziose.
"Canta l'angelo il mondo, non l'indicibile", scrive Rilke nelle sue Elegie duinesi, e Cresta (differentemente da Cisternino) fa come l'angelo: non ignora l'indicibile ma lo aspetta al varco della razionalità, attraversa la crisi, supera lo spavento dall'essere "spaesati, fuori dell'antica casa del linguaggio" (Benjamin), resiste all'abisso e al canto delle sirene e cerca un differente senso in ciò che si presenta come negativo (non vi si immerge, come il primo Mencherini), ma dal groviglio di segni tenta un nuovo ordine, una nuova ragione critica.
Da un punto di vista della costruzione intervallare, le altezze vengono funzionalizzate al colore e in tutto il brano ruotano frammenti che generano sottili percorsi timbrico-dinamici, fino alla soglia del silenzio (limite mai oltrepassato) o di una sottile luce, come quella della scia di una stella, a cui allude il titolo di una sua composizione.
E i suoni, in fondo, sono proprio come comete che strisciano lo spazio, lasciando il segno di un movimento, trasfigurando il colore del cielo e indicandoci la via della comunicazione. Nella composizione, anche le figure ritmiche di base si alternano e si collegano in funzione timbrica, da qui anche la grande attenzione alla dinamica e ai modi di attacco. Delicatezze timbrico-dinamiche creano un impasto sonoro leggero e ricchissimo di micro-elementi che sfumano l'uno nell'altro, in un elegante gioco d'incastri colorati; i suoni si com-pongono come piccoli pezzi di un caleidoscopio, formando immagini fantasiose, eppur perfettamente pensate e costruite. Debussy o Fauré, Verlaine o Denis, Redon o Gauguin, vengono alla mente alcuni artisti della grande stagione francese fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, dal Simbolismo all'Impressionismo e oltre, ma sono riferimenti errati, valgono solo come luce lontana che illumina il cammino percorso.
Le sinergie fra le arti certo, il colore e le micro-trasfigurazioni formali, ma ciò che interessa è soprattutto quell'esigenza di restringere e di semplificare il campo sonoro che arriva fino al punto di costruire una sorta di sciame musicale attorno a una sola nota di lettura, un recto tono che rappresenta l'asse intorno alla quale si dis-pone il pulviscolo colorato. La linea di recita svolge anche la funzione di un filo rosso che aiuta l'ascolto. Così la struttura si rende più disponibile e direttamente intellegibile. Senza rinunciare al progetto e al costrutto, la musica di Cresta è altamente espressiva, proprio in virtù di una costante ricerca dei modi tecnici più idonei alla comunicazione.

Il rapporto col passato non avviene seguendo le macerie dello storicismo, né quelle, inservibili, della filologia, piuttosto è l'orizzonte di senso la griglia che setaccia ciò che serve oppure no del passato, in tal modo il passato si riscatta dal rigor mortis archeologico e museografico, diventando fermento vitale. Il tempo che ritorna non è semplicemente usato, ma superato, "sorpassato e vinto" (Benjamin).
La storia si colora dei tratti dell'esperienza, non è solo bagaglio culturale, ma diventa pathos. Cresta adotta le più disparate tecniche compositive, antiche e moderne, dal canone in senso lato, al tema. L'accelerazione della storia negli ultimi decenni pone una complessa problematica sulle modalità di filtraggio e di assorbimento. E' come se la storia fosse diventata eccessiva. La memoria deve allora dilatarsi e dimostrarsi ancor più agile nel mettere in opera i setacci, i collegamenti, le espulsioni e i recuperi, per non rimanere schiacciata dall'aumentato peso della storia. Ed è proprio questo ch'è accaduto a tanti musicisti (a quasi tutti quelli che si sono legati, ideologicamente, al neo-romanticismo che, non avendo le capacità per metabolizzare il gran volume dei percorsi storici, si sono placidamente accontentati di riferirsi ai momenti più gratificanti).
Il ricorso a stilemi storici implica anche una loro usura, ovvero non è possibile rivolgersi agli stessi aspetti ad infinitum, pena il cadere dentro i meccanismi dell'omologazione. Per questo le allusioni o le citazioni vere e proprie devono, comunque, essere rivolte a elementi sempre differenti, dimostrando una totale autonomia (concettuale) dal modello e una vitale indipendenza (espressiva) dal tipo di musica a cui si fa riferimento. La musica di Cresta è un buon esempio di come si possa costruire una forma dialogante col passato, con la recente Modernità e con il Postmodern, mantenendo sempre in primo piano l'originalità dell'atto creativo, sia dal punto di vista tecnico che espressivo. La Storia può essere maestra di vita se è la Vita a dominarla.
L'ascolto multiplo è specchio dell'io plurale, come l'essere profondo dell'uomo è fatto da una stratificazione e da una molteplicità di altri esseri (i nostri segreti compagni di viaggio, silenziosi e scomodi, od ombre interiori), così la musica si affida a spostamenti da uno strato all'altro, da un molteplice all'altro.
La stratificazione dei piani bi o tri-dimensionali, la celerità o la rilassatezza ossia l'andamento temporale variegato sono mezzi per esprimere al meglio le pulsioni interiori, con la dovuta profondità e movimento, realizzando dei percorsi dove l'Io va incontro al Sé. Quando l'intimità viene svelata il suono cede il posto al silenzio: è sulla soglia del "tacere" (realizzato grazie a dinamiche soffuse) che Cresta ci racconta la sua verità. Un "tacere" che non cela, ma parla piano, soffusamente, con discrezione, avvedutezza, discernimento, che rimanda, grazie alle sinergie, al cuore caldo della vita.
Nelle recentissime prove pare che Cresta abbia superato anche quel minimo schematismo retaggio della formazione strutturalistica, qui non solo il colore manifesta energie mutevoli come la vita, ma il programma di lavoro si fa più elastico concedendosi a un canto più coinvolgente. I calcoli preparatori si lasciano poco, sempre meno, intravedere, perché sono trasfigurati da una plasticità del suono che si (s)porge con delicatezza, una rotondità caleidoscopica spesso sospesa, come indica il titolo del brano Sospesi. La figurazione sonora continua ad essere intesa come una parcellizzazione del colore, di un colore sempre in movimento, ma emerge di più, protesa verso l'ascolto affettivo. Straordinaria è la struttura quando canta!
:: CFr. il saggio L'alleanza delle arti, testimonianze di 64 importanti compositori che raccontano il loro rapporto con la musica, la poesia, il teatro, la pittura, l'architettura, il cinema

Da Renzo Cresti, L'Arte innocente, con cdrom, Rugginenti, Milano 2004
A Mario Cesa