Requiem

 




Conoscevo di Antonio Anichini (Firenze 1962) la sua straordinaria capacità analitica, confermata dalle ottime trascrizioni, e la sua serietà nell’affrontare il lavoro compositivo, sempre rigoroso e strutturato nei minimi particolari. Ho apprezzato da tempo la sapienza contrappuntistica e l’abilità nel dosaggio dei parametri musicali, ma ascoltando il suo eccezionale Requiem per soprano, mezzosoprano, tenore, coro e orchestra, realizzato in prima esecuzione assoluta in Ungheria nel 2001, la mia stima è ancor più aumentata, perché Anichini sa qui cogliere alcuni degli indirizzi poetico-espressivi e stilistici che la contemporaneità sta suggerendo. Potremmo dire superando il Moderno, nel quale la sua produzione era (e in parte è) decisamente collocata, per aderire, nel modo più inflessibile e intelligente possibile, ad alcune sollecitazioni della post-modernità. Il Requiem è eccezionale in senso etimologico, fa eccezione nella produzione di Anichini come si è svolta fino ad ora, ed è un’anomalia del tutto positiva e, mi auguro, foriera, di sviluppi futuri.

Il messaggio di Anichini è quanto mai opportuno, in tempi così drammatici di orrori e di guerre, egli vuole trasmettere, come dice bene Elisabetta Braschi, nelle note di copertina al Cd (Planet Sound di Firenze) “non la discesa nella tomba, la caduta degli ideali, il dolore, la fine, ma la salita all’Assoluto, la gioia della perfezione, il riassorbimento nella vita cosmica verso sempre rinnovate esistenze, un possibile abbraccio con l’infinito”. E’ un messaggio di conciliazione che Anichini, tecnicamente, mette in pratica con-fondendo canti di tradizioni culturali, storiche e geografiche differenti, riccorendo a citazioni da repertori antichi, da canti popolari, orientali, non attuando una sorta di collage o di fusion, ma inserendole rispettosamente in uno spazio-tempo dell’accoglienza che, musicalmente, significa ospitarle in una casa comune data dai modi latini pre-tonali.

Anche i testi hanno una provenienza disomogenea, ma sono tutti orientati da un comune intento espressivo, testi e musica, proprio in quanto diversi, vanno a costituire delle profondità prospettiche, creando dei giochi fra punti di fuga, oggetti musicali in primo piano o sullo sfondo. A volte il trattamento è melodrammatico, ma è proprio il mutare delle intonazioni, che abbracciano tutto il campo espressivo, che da’ movimento e rende plastico il canto, creando una comunicazione diretta, collegandosi alla grande tradizione umanistica della musica italiana (certi passaggi della Sequentia-Canticum II sarebbero piaciuti all’ultimo Verdi). Il che non vuol dire rinunciare alle problematiche tipiche del Moderno novecentesco, come avviene nel furbesco appropriarsi degli stili del passato di un certo postmodern, anzi sembra che il forte costrutto e che i momenti più vicini allo strutturalismo ne siano esaltati, in una complementarietà, e non in una contrapposizione, dei diversi gesti e delle differenti modalità di scrittura. Così l’opera ribadisce il suo intento di essere un incontro di civiltà, di pensieri, di religioni, di culture.

E’ nel riconoscere la diversità che l’uomo contemporaneo dovrebbe attuare la sua etica. Ogni cultura dovrebbe essere consapevole di avere delle mancanze e di completarsi nell’altra, abitando un luogo comune di fratellanza.

Tutto il lavoro è di una compattezza esemplare, note perno, corrisponde dei modi liturgici, equilibri contrappuintistici, proporzioni fra solisti e coro, fra voci e orchestra (alcuni passi d’orchestrazione sono davvero originali), ombreggiature strumentali che richiamano aloni vocali e viceversa, bilanciamento tra inserimenti monodici o polifonici, questa precisione e amore di simmetria si lega all’impostazione di base del lavoro di Anichini, ma aggiungendovi una tappa ulteriore, tesa all’abbraccio comunicativo, al risultato sonoro eloquente, fase importante, ben riuscita e commovente perfino.

Attualmente Antonio Anichini è Direttore dell'Istituto musicale pareggiato "Franci" di Siena e la speranza è che l'ottimo lavoro che sta svolgendo non lo prenda del tutto, abbiamo bisogno di persone serie e preparate, col cuore sensibile, che continuino a comporre musica (quella vera).



:: Cfr. il saggio L'alleanza delle arti, testimonianze di 64 importanti compositori che raccontano il loro rapporto con la musica, la poesia, il teatro, la pittura, l'architettura, il cinema



A Sofia